Merlini Storti - CAP74024 - Articolo
2019

L’intervista, a cura di Lea Walter, si apre con una citazione dell’artista Luciano Fabro, che paragona i restauratori alle vestali incaricate di custodire il fuoco nel tempo. Valeria Merlini e Daniela Storti riconoscono la bellezza di questa immagine e spiegano quanto sia delicato il rapporto tra artista e restauratore: alcuni vedono il restauro come tutela, altri come un’intrusione.

Le due restauratrici, che vediamo ritratte nelle foto di Edoardo de Ruggiero, spiegano come la disciplina sia evoluta grazie alla tecnologia (radiografie, analisi scientifiche, nuove metodologie meno invasive) e come oggi si privilegi la conservazione dell’originale rispetto alla ricostruzione estetica totale. Dopo la Seconda guerra mondiale prevalse un approccio più “archeologico”, attento a lasciare visibili ferite e lacune; oggi si tende a valutare caso per caso, bilanciando storia ed estetica.

Un esempio significativo è la pala d’altare di Giulio Romano a Santa Maria dell’Anima, su cui intervennero nei secoli anche Carlo Saraceni e Carlo Maratta: in casi come questo, la stratificazione storica va rispettata. Le restauratrici sottolineano che il loro compito non è essere creative: il miglior complimento è sentirsi chiedere “Ma cosa avete fatto?”, perché significa che l’intervento è invisibile.

L’intervista affronta anche il lato intimo del mestiere: il rapporto quasi esclusivo che si crea con l’opera durante il restauro, sia in atelier sia su grandi affreschi montate su impalcature, che diventano per mesi una sorta di “casa sospesa”. Restaurare significa equilibrio continuo tra gesto tecnico e progetto critico.

Raccontano inoltre un aneddoto dei primi anni di attività: rifiutarono di modificare elementi iconografici di un dipinto su richiesta di un cliente (trasformare una mucca in cavallo, coprire un pavone considerato di cattivo auspicio), scegliendo l’integrità professionale al guadagno.

L'intervista si conclude con un invito agli artisti contemporanei a lasciare indicazioni sui materiali e le tecniche utilizzate, quasi un “testamento biologico” dell’opera, per facilitarne la conservazione nel tempo.

No items found.
No items found.
No items found.
Merlini Storti - CAP74024 - Articolo
2019

L’intervista, a cura di Lea Walter, si apre con una citazione dell’artista Luciano Fabro, che paragona i restauratori alle vestali incaricate di custodire il fuoco nel tempo. Valeria Merlini e Daniela Storti riconoscono la bellezza di questa immagine e spiegano quanto sia delicato il rapporto tra artista e restauratore: alcuni vedono il restauro come tutela, altri come un’intrusione.

Le due restauratrici, che vediamo ritratte nelle foto di Edoardo de Ruggiero, spiegano come la disciplina sia evoluta grazie alla tecnologia (radiografie, analisi scientifiche, nuove metodologie meno invasive) e come oggi si privilegi la conservazione dell’originale rispetto alla ricostruzione estetica totale. Dopo la Seconda guerra mondiale prevalse un approccio più “archeologico”, attento a lasciare visibili ferite e lacune; oggi si tende a valutare caso per caso, bilanciando storia ed estetica.

Un esempio significativo è la pala d’altare di Giulio Romano a Santa Maria dell’Anima, su cui intervennero nei secoli anche Carlo Saraceni e Carlo Maratta: in casi come questo, la stratificazione storica va rispettata. Le restauratrici sottolineano che il loro compito non è essere creative: il miglior complimento è sentirsi chiedere “Ma cosa avete fatto?”, perché significa che l’intervento è invisibile.

L’intervista affronta anche il lato intimo del mestiere: il rapporto quasi esclusivo che si crea con l’opera durante il restauro, sia in atelier sia su grandi affreschi montate su impalcature, che diventano per mesi una sorta di “casa sospesa”. Restaurare significa equilibrio continuo tra gesto tecnico e progetto critico.

Raccontano inoltre un aneddoto dei primi anni di attività: rifiutarono di modificare elementi iconografici di un dipinto su richiesta di un cliente (trasformare una mucca in cavallo, coprire un pavone considerato di cattivo auspicio), scegliendo l’integrità professionale al guadagno.

L'intervista si conclude con un invito agli artisti contemporanei a lasciare indicazioni sui materiali e le tecniche utilizzate, quasi un “testamento biologico” dell’opera, per facilitarne la conservazione nel tempo.